26 dicembre 2010

"NELLA TERRA DI JESHUA" tra sogno e promessa


“Terra in cui scorrono latte e miele”, 
culla delle tre grandi religioni storiche 
(ebraica, cristiana e musulmana),
la Palestina sembra congenitamente incapace di 
sottomettersi una volta per tutte ad un padrone. 

Promessa da Jahvé al popolo ebraico, 
ma al contempo riparo per le popolazioni filistee 
(dall’ebraico “Peleshet” da cui deriva la successiva denominazione romana “Palaestina”), 
questa terra è sempre la stessa che ha ascoltato
il pianto del piccolo Jeshua che veniva al mondo 
e che si è nutrita del suo sangue versato sulla croce.
Con la distruzione del tempio di Gerusalemme questa terra 
ha abbandonato al suo destino il popolo ebraico,
colpevole a sua volta di aver abbandonato Dio, 
offrendo il proprio grembo alle cure delle popolazioni arabe.
Nella sua esigenza di coerenza la storia però ha preteso 
per se stessa quella circolarità che molto spesso la realtà le ha negato. 

E proprio mentre era costretta a registrare il rapido estinguersi 
del popolo ebraico sotto il peso della secolarizzazione, 
la brutalità dei pogrom e le docce di gas nei campi di concentramento,
meditava in sordina per esso la possibilità di un ritorno nella terra promessa. 
Ma il giudizio della storia 
“si alza solo sul far del crepuscolo”, 
e guarda caso, nel frattempo, quella terra da promessa alla discendenza
di Abramo si era trasformata in un sogno per quelle popolazioni 
che intanto l’avevano custodita senza poterla mai possedere. 
Il dominio dell’impero ottomano prima, e il mandato britannico poi, 
avevano di fatto impedito alle popolazioni autoctone 
di matrice araba una reale indipendenza e, proprio quando 
le decolonizzazioni post-belliche sembravano aver definitivamente 
aperto uno spiraglio, queste popolazioni hanno incrociato
nel loro destino il destino del popolo israeliano che reclamava, 
dopo l’esilio, di riscuotere i frutti dell’antica promessa. 
Nel momento in cui s’incrociano, questi due destini valicano i confini 
della storia contemporanea:
storia scritta dagli attentati delle organizzazioni paramilitari 
dell’Irgun e della Banda Stern, dalla Guerra dei Sei Giorni 
e da quella di Kippur, storia a cui cercano di resistere
i moti rivoluzionari dei fedayin palestinesi
ma che inevitabilmente continua ad imporre la propria volontà 
fatta di missili, dei massacri di Chatila e Sabra, 
di sterminati campi profughi palestinesi. 

Storia che a forza di rilanciare violenza finisce con l’irrigidire
entrambe le parti tanto che, dalle originarie e sacrosante pretese 
avanzate dall’ Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e da Al Fatah,
si giunge all’integralismo di Hamas. 

Storia che infine, a furia di rispettare il motto 
“occhio per occhio”, come dice Ghandi, finisce col trovarsi cieca 
di fronte alla sterminata sofferenza da lei stessa generata. Storia che oggi, 
lo si può dire, pare aver dimenticato definitivamente il
senso genuino delle parole “sogno” e “promessa”.
Con sguardo umile, consapevole della complessità della realtà e della dignità del dolore,
Laboratoria
propone quest’anno, attraverso una mostra fotografica, 
l’itinerario del viaggio compiuto dallo scrittore
Carlo Cuppini in terra di Palestina. 
I suoi scatti e il suo diario di viaggio guideranno gli occhi e i pensieri
degli osservatori all’interno di una complessa realtà quotidiana 
che molto spesso i calcoli diplomatici
e la sterilità dell’informazione finiscono col far passare in secondo piano 
e che invece l’arte e la cultura
hanno sempre il dovere di guardare diritto negli occhi. 
Parallelamente alla mostra l’associazione
bandisce anche quest’anno un concorso fotografico ad essa attinente.

 B. J., ragazzo palestinese, 21 anni: 
‘quello che proprio non riesco ad accettare è il fatto che 
qualcuno ha cambiato il mio orizzonte. 
Da quando sono nato, sognavo di viaggiare oltre l’orizzonte. 
Altri viaggi, veri intendo dire, non ne ho fatti. 
Ora se guardo l’orizzonte vedo solo il cemento.’
Il 9 novembre del 1989 cadeva un muro che, 
per 28 anni, aveva diviso in due parti la città di Berlino. 
Fu una festa di liberazione,
in cui la rabbia verso il vicinissimo passato si mescolava alla speranza 
per un futuro migliore. 
Dal 16 giugno del 2002, un muro lungo più di 700 km 
oscura le esistenze dei cittadini palestinesi che, 
separati dallo stato di Israele, si vedono usurpare le proprie
terre e mettere a tacere la propria libertà. 
Muri di ‘protezione’ sono definiti. 
Eppure, la protezione dovrebbe nutrirsi di tranquillità,
di calore, dovrebbe accogliere nella comodità delle sue forti braccia. 
Come le quattro mura domestiche, morbide. 
Dovrebbe offrire sostegno e conforto. 
E insegnare il confine fra la paura e la curiosità. 
Ma ciò che accade in molti paesi alimenta esclusivamente l’odio. 
Perché i muri costruiti con il cemento impastato di ciechi limiti ideologici 
sono troppo sottili per riscaldare e troppo spessi
per diventare trasparenti. 
Oltrepassare, dunque, diventa vitale: mettere le scarpe comode, 
fare un bel respiro e saltare dall’altra parte, quando si può. 
Indossare occhi da bambino, sospirare e guardare dall’altra parte, 
quando, invece, i sogni e le speranze
rimangono l’ultimo aggancio verso il futuro. 
Si potrà mai dormire all’ombra di questo muro d’inquietudine? 
O si dovrà temere di essere schiacciati dall’incomunicabilità, 
e sommersi dalla distanza con chi è diverso? 
Sarà mai un muro pieno di linfa vitale,
ricoperto di verde, ai piedi del quale poter riposare sereni? 
Forse con le gambe, e le scarpe, pronte a lottare, forse con gli occhi
ingenui e attenti si potrà costruire un mondo
in cui le mura sono fatte di pelle colorata 
e i mattoni di cuori pulsanti; 
un mondo in cui le anime delle popolazioni discriminate 
non vivano più al buio della disperazione. 
Un mondo nel quale l’indifferenza generale
la smetta di trasformarci in tantissimi piccoli, grandi, enormi, pesanti, 
mattoni della vergogna.
Laboratoria presenta il nuovo concorso fotografico. 
Sensibile e attenta a ciò che sta accadendo in diversi paesi
del mondo, l’associazione si interroga sulla difficile 
e controversa tematica del muro: 
barriera protettiva, sì, ma anche discriminante e limitatrice di libertà. 
Luogo di penitenza e preghiera, luogo di ricordi e, ancora, 
pagina bianca su cui sfogarsi. 
Per ognuno di noi il muro assume una concezione diversa: 
imprimerla in una foto può rivelarsi
impresa difficile quando creativa e fantasiosa. 
Sicuramente, sarà anche opportunità di riflessione e di domande personali. 

Un momento di crescita, dunque, 
che descriva attraverso le immagini il modo in cui, a quei quesiti,
vogliamo dare risposta. 

Qui poi ci saranno le informazioni più precise su concorso e mostra.
Il bando completo del concorso e tutte le informazioni relative ad esso sono presenti sul sito www.laboratoriaweb.org
oppure per altri chiarimenti potete contattare il seguente recapito telefonico 
 320.2681063

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Dedicavo gran parte del mio tempo a realizzare scatti, sempre con l'intento di cogliere l'attimo negli eventi, nelle cose e nelle manifestazioni più varie della natura.

Amo la spontaneità e mi affido all'intuizione.

I risultati migliori infatti li ottenevo quando fotografo all'insaputa del soggetto, e la foto è pura espressività.

Infine, penso alla fotografia come ad un'arte che matura e si evolve attraverso la passione, l'impegno e a una continua ricerca.

La fotografia è anche, un dettaglio della Vita, poter rivivere con serenità i ricordi di un momento particolare.

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